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mercoledì 2 marzo 2011

Toglietemi tutto, ma non la mia poltrona!


La notizia è di quelle scioccanti ed è arrivata come un fulmine a ciel sereno. E’ un po’ come se avessero annunciato l’apparizione di una madonna in un remotissimo e sperduto angolo della terra, ma con la fondamentale differenza che questa volta fosse inconfutabilmente vero.

In qualche parte del mondo esistono ancora politici onesti e con un alto senso morale: questa frase, se pensata con la testa di un italiano assume da subito tinte ironiche e sarcastiche, perché su ammettetelo: solamente pronunciare queste poche parole riferendole alla nostra classe dirigente, fa spuntare un ghigno malefico sulla nostra bocca.

Ovviamente il paese in questione non è l’Italia, e men che meno il politico appartiene alla stirpe italica. Il ministro della Difesa tedesco, barone Karl Theodor zu Guttenberg, si è dimesso in seguito allo “scandalo” causato dalle accuse di plagio della sua tesi di dottorato in giurisprudenza presso l’Università di Bayreuth.

Quello che per molti di noi cittadini italiani sembra un’esagerazione, evidentemente non appare allo stesso modo agli occhi dei nostri corrispettivi teutonici, che da sempre richiedono ai propri rappresentanti, soprattutto se ricoprono cariche strategiche e rilevanti, un’integrità morale pressoché perfetta, e non scalfibile da nessuno scandalo o accusa di sorta.

Tutto questo potrebbe essere visto come un eccesso di zelanteria e di formalità, ma solo se prima si è passati sotto l’indottrinamento e palestra di vita del bel paese, dove tutto, e a volte anche il contrario di tutto, è possibile.

L’intera classe politica, dagli amministratori locali, ai parlamentari, ai ministri della Repubblica, è continuamente sconvolta da scandali, di ogni genere e sorta, con una costanza degna di nota. Non sono qui a fare discorsi di parte, non voglio nemmeno lontanamente nominare il Cavaliere, in quanto non basterebbe il quantitativo di cellulosa utilizzato per l'”Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri” redatta da Diderot e D'Alembert, per descrivere tutto quello di cui è stato capace in questi anni il nostro Presidente del Consiglio. Se c’è qualcosa che unisce trasversalmente gli schieramenti partitici italiani è proprio questa tensione costante ed irrefrenabile a delinquere; a utilizzare la propria posizione di potere, qualunque essa sia, a proprio vantaggio e per quello delle persone a loro vicine.

Ma non è tutto qui. In se e per se, questo aspetto non sarebbe neppure un fatto così straziante: da millenni l’uomo messo di fronte alla possibilità di arraffare ed arricchirsi, difficilmente è stato in grado di resistere; questo discorso è valido, grossomodo, per qualsiasi latitudine e cultura, rendendo questa caratteristica quasi intrinseca della natura umana. Quello che più sconcerta ed amareggia, almeno dal mio punto di vista, è la totale assenza di etica e di una qualsivoglia forma di morale nella classe dirigente italiana nel momento in cui viene scoperta con le mani nella marmellata, ed usando questa locuzione mi sento di essere stato decisamente gentile e magnanimo. La costante che unisce tutti gli scandali, o quasi (vedi caso Marrazzo), è la totale noncuranza da parte dei politici delle basilari regole del buon senso che imporrebbero ad un funzionario eletto (c’è chi direbbe “ad un nostro dipendente”) di fare un passo indietro nel momento stesso in cui vengano pizzicati, senza per forza puntare tutte le proprie chance sulla lentezza della macchina giudiziaria italiana per riuscire a scampare alle dimissioni.

E’ come se la cittadinanza italiana si fosse abituata a questa usanza; e qui si ritorna alla sorpresa che ha colto quasi tutti noi nel leggere del ministro tedesco dimessosi per uno scandalo che da noi probabilmente non impensierirebbe nemmeno un professore universitario. Anche io mi sono sorpreso ad avere come primo pensiero dopo aver letto la notizia, il seguente: “ma che patacca (se non conoscete il significato di questa parola, allora vuol dire che avete sprecato ogni singolo istante passato in Romagna, e non è di certo colpa mia! NdR), per così poco?!”. Per mia fortuna, a distanza di pochi istanti è giunto un profondo sentimento di invidia nei confronti degli abitanti di un paese dove “la morale” non è un anagramma sbagliato di “Lele Mora”, e questo basta a situarmi nel limbo del purgatorio.

Siamo talmente abituati a scusare, ad immedesimarci nei panni del “tentato” dalla tentazione, che ormai tutto ci scivola sopra come pioggia su un parabrezza. Siamo immersi in un continuo flusso di notizie scandalistiche legate alla politica, che come unico risultato hanno quello di allontanarci da essa e farci montare sempre più quei sentimenti antipolitici che sono alla base dello scollamento tra i cittadini e le istituzioni. Con questo non voglio dire che gli scandali vadano nascosti agli occhi dei cittadini; anzi, io auspico che i giornalisti tornino alla funzione di controllori delle amministrazioni, e non solo di osservatori (neanche troppo) esterni. Quello che intendo è che la continua esposizione a scandali mediatici senza che poi i media si interessino della reale conclusione della vicenda, ma solo del suo scatenarsi, non fa altro che anestetizzare la popolazione di fronte a notizie di questo genere.

Ed è quello che è successo, per una motivazione o per l’altra. Siamo un popolo che un passo alla volta sta perdendo la propria capacità di indignarsi di fronte ai soprusi, agli scandali, alle ingiustizie, agli oltraggi, che ogni giorno ci scorrono di fronte agli occhi. Non siamo più in grado di collegare le nostre coscienze stuprate in un movimento vero di protesta, come se ci fossimo tramutati in una folla informe capace solo di azionarsi a comando, ma priva di una razionalità propria (Gustave Le Bon docet).

A volte mi chiedo se veramente i nostri rappresentanti “rappresentino” la società italiana, o ne siano solamente una brutta copia dei vizi, privati delle virtù. Inizio a pensare che questa affermazione non sia veritiera: forse se continuiamo ad eleggere sempre le stesse facce, un motivo ci sarà. Forse in fondo in fondo ci va bene così, condividiamo le loro azioni e la loro condotta. Forse se fossimo al posto loro, anche noi ci comporteremmo tutti nella stessa maniera.

Io la penso in maniera diametralmente opposta, e da qui nasce una certezza: il cambiamento non dobbiamo continuare ad aspettare di vedercelo cadere dall’alto, come un dono divino, ma ce lo dobbiamo andare a prendere giorno per giorno, con le nostre azioni quotidiane, con le nostre richieste, con le nostre proteste, con il nostro esempio, in ultima istanza, con il nostro voto.

Dobbiamo riappropriarci di questo nostro potere fondamentale, perché solo così potremmo avere qualche speranza di migliorare la nostra situazione, senza dover aspettare per forza che la “rivoluzione” sia sempre qualcuno da fuori a portarcela.

APPENDICE: per sdrammatizzare, ma neanche poi troppo, vi butto la altri tre esempi di politici “virtuosi” scovati in giro per il web:

Giuseppe Habineza: il ministro ruandese per la gioventù e lo sport si è dimesso il 15 febbraio 2011 dopo che alcune foto che lo ritraevano in dolce compagnia a ricevere coccole con alcune ragazze durante la festa di San Valentino, sono stati pubblicate su Internet. Non appena la notizia è stata diffusa in tutta la città il ministro ha rassegnato le dimissioni, che sono state subito accolte. Vi ricorda qualcuno per caso?!

Toshikatsu Matsuoka: il ministro dell’agricoltura, accusato di aver gonfiato la propria nota spese di 180000 euro, una volta scaricato dal proprio governo, si toglie la vita per il disonore recato alla sua persona e alla sua parte politica. Pensate all’ecatombe che accadrebbe in Italia…

Jacqui Smith: ministro dell'Interno del governo Brown, si dimette in seguito allo scandalo del rimborso chiesto al parlamento per il noleggio di alcuni film porno da parte del marito. Qua si foraggiano consulenze milionarie, e si utilizzano voli con aerei di stato per trasportare mignotte, e la ci si dimette per una manciata di sterline. Chi è nel giusto?

domenica 30 gennaio 2011

L'utopia della coerenza


Ciao, il mio nome è Enrico, ho 27 anni ed ho un problema.

In un altro paese lo si potrebbe definire “desiderio”, ma oramai l’abitudine e l’esperienza mi conducono a pensare che se in Italia hai un desiderio, ciò significa che sei destinato ad mantenerlo inespresso nei secoli dei secoli.

Io comunque mi sento ottimista, non so perché: sarà la congiunzione astrale; sarà l’ennesima bufera giudiziaria-mediatica-morale-etica-e chi più ne ha più ne metta, che ha colpito il “nostro” Premier; sarà lo strascico di “speranzosità” che le feste natalizie hanno lasciato dietro di loro. Chi lo sa.

Il fatto è che voglio condividere con voi questo mio desiderio, nella speranza che comunicandolo a più persone possibili, possa assumere una forza maggiore e che se magari un Dio dell’universo esiste veramente, potrà ascoltare il nostro “grido disperato”, ed un giorno accontentarci tutti.

Vi espongo brevemente la questione: io nutro la speranza di vivere un giorno in un paese, in cui la Coerenza assurga a valore primo; dove chi compie azioni o pronunzia parole debba risponderne davanti alla comunità tutta senza scappatoie, condoni, o contestualizzazioni di sorta.

Non voglio essere costretto a dover espatriare per realizzare questa visione. Sono sicuro che anche l’Italia possa divenire un paese moderno e realmente democratico.

Questo pensiero porta seco alcune piccole e sfiziose visioni, che, sono sicuro, saranno in grado di portare il buonumore e strappare un sorriso anche nell’animo più triste e demotivato. Eccole.

Un giorno vorrò assistere estasiato alla scena in cui i figli di Scilipoti sputeranno in faccia al proprio padre.

Vorrò deliziarmi della vista dell’Onorevole Santanchè zittita dal video in cui pronuncia il suo anatema sulla considerazione di Berlusconi per le donne (Ndr: “Berlusconi non riceverà mai un voto da una donna, perché lui ci vede solo in posizione orizzontale”).

Andrò in solluchero quando ai vari Capezzone, Rutelli, e compagnia cantante, nel mentre gli verranno rimembrate le proprie origini Radicali, verrà un moto di orgoglio, o di umanità, a voi la scelta, e si ritireranno finalmente a vita privata senza più proferire parola alcuna.

Impazzirò di gioia vedendo gli elettori cattolici praticanti o definiti tali e le gerarchie ecclesiastiche, non votare gli uni, e non appoggiare gli altri, il partito dell’amore a pagamento.

Mi emozionerò nel vedere i miei compatrioti nati al di sotto del fiume Po non permettersi di dare mai più un singolo voto ad una coalizione al cui interno sia presente un partito che con il Nostro tricolore “ci si pulisce il culo”.

Dopo aver elencato tutte queste visioni paradisiache, non so se sono più così tanto ottimista per il nostro futuro. Forse ho disegnato il profilo di un paese utopico dove i cittadini lasciano i propri interessi particolari, ed iniziano a seguire il proprio imperativo categorico. Sarà che studiare Kant fa bene solo se non hai una visione totalmente disincantata del mondo in cui vivi, altrimenti ti sembra di leggere “Il manuale delle giovani marmotte”. Sarà, ma io penso che in qualcosa bisogna pur sempre sperare per riuscire a tirare avanti, soprattutto se è da quando hai 10 anni che ti svegli e ti addormenti con il faccione sorridente del Cavaliere stampato negli occhi.

Lungi da me ergermi ad esempio da seguire, ma io continuo, nel mio piccolo, ad impegnarmi ogni giorno per contagiare positivamente chi mi sta vicino. Sia mai che serva a qualcosa.

martedì 25 gennaio 2011

Io sono "Pro-vita": la MIA!


Alcuni eventi accaduti nelle ultime settimane nel nostro paese mi hanno fatto riflettere sulla tematica dell’eutanasia: dalla presa di posizione della dirigenza Rai sulla obbligatorietà della replica dei comitati “pro-vita” all’interno del programma condotto da Fazio e Saviano, “Vieni via con me”, dopo che nella trasmissione erano stati invitati a parlare Mina Welby e Beppino Englaro; fino al recente caso del regista Mario Monicelli che ha deciso di togliersi la vita in seguito alla scoperta dell’irreversibilità della sua malattia.

Viviamo in un paese che viaggia letteralmente su due piani separati: quello della politica, che subisce le ingerenze di tutti i potentati possibili ed immaginabili; che è rimasto fossilizzato su basi e preconcetti ormai superati; e quello della società civile che invece fa passi in avanti e riesce a smarcarsi dal pantano ideologico almeno sulle questioni che attingono alle libertà personali inalienabili. Quelle che circa 150 anni fa John Stuart Mill nel suo “La Libertà” aveva indicato come inaccessibili al controllo di una qualsivoglia forma di governo che si volesse affrancare dell’appellativo di “democratica”. Bene, sembra che questi concetti tanto immediati quanto semplici, i politici italiani non siano ancora riusciti a digerirli, nonostante qualche decennio, se non secolo, sia passato. L’ineluttabile fatto che la libertà personale di un individuo cessi, nel momento in cui questa vada a intralciare quella di un altro essere umano, deve essere il punto di partenza di questo ragionamento. La presunzione di chi si arroga il diritto di negare libertà fondamentali, come la scelta di poter decidere in che modo iniziare, vivere, ed, in ultima analisi, terminare la propria esistenza, ad altri individui basandosi solo su una presunta superiorità etica e morale, non ha limiti e deve essere deprecata.

Il decidere di porre fine alle proprie sofferenze volontariamente e con l’aiuto di personale medico specializzato non può essere indicato come un gesto egoistico e contro natura: pensate, al contempo, che costringere a vivere una persona contro la propria volontà, contro ogni speranza di guarigione, sia un gesto generoso?

Imporre inutili dolori con la sola motivazione di dover seguire i dettami di una dottrina religiosa, lede le libertà fondamentali di un individuo, ed è considerabile al limite del reato. Io non lo definisco accanimento terapeutico, ma vera e propria tortura di Stato.

Ormai la società italiana è pronta a questo passo in avanti, lo dicono i sondaggi: oltre il 70% dei cittadini si è detto favorevole all’istituzione del testamento biologico. Un semplice primo step verso il traguardo dell’accettazione legale dell’eutanasia da parte dello Stato. Sarebbe un buon inizio che riuscirebbe ad evitare agonie superflue a coloro che hanno deciso che la loro permanenza su questa terra è giunta al capolinea.

Concludo citando un passaggio del suddetto libro, che in maniera magistrale esemplifica la mia visione su questo tema: “Nessuno è mai autorizzato, né da solo né insieme ad altri, a dire a un essere umano in età matura che, per il suo bene, non deve fare della propria vita quel che invece ha scelto di farne. La persona più interessata al proprio benessere è lui stesso”…”…Anche l’uomo o la donna più comuni hanno degli strumenti incomparabilmente superiori a quelli di cui può disporre chiunque altro per conoscere i propri sentimenti e la propria situazione”…”…Gli altri lo potranno far riflettere per aiutare a giudicare, potranno esortarlo a irrobustire la sua volontà: e tutto questo anche molto energicamente; ma lui solo rimarrà giudice ultimo. Può darsi che, a dispetto di consigli ed avvertimenti, commetta degli errori: ma qualsiasi errore sarà nulla, in confronto al male di lasciarsi costringere dagli altri a fare quel che loro ritengono il suo bene”. (John Stuart Mill, La Libertà, 1859, pag. 92).

lunedì 22 novembre 2010

Chi ha paura delle case chiuse?



Negli ultimi decenni l’argomento prostituzione è stato sviscerato da qualsiasi angolatura e punto di vista. Nonostante tutto, alcuni aspetti sono stati sovente tralasciati nell’affrontare questa tematica, lasciando spesso campo ad un’analisi che prendeva spunto quasi unicamente da correnti di pensiero legati a doppia maglia ad una morale ed ad una etica che ormai non sono più accostabili e sovrapponibili agli umori ed agli stili di vita del popolo italiano. Il fossilizzarsi su un cieco proibizionismo statale che non prende in considerazione la regolamentazione delle “case chiuse”, che non tiene conto di come questa problematica è stata affrontata e vissuta storicamente ad ogni latitudine, sotto ogni forma di governo, sotto l’egida di tutte le religioni, è un esercizio di stile inutile e controproducente. Sono migliaia di anni che la prostituzione esiste sul nostro pianeta: nella società greca antica esisteva sia quella femminile che quella maschile. Le prostitute, che vestivano con abito distintivo e pagavano le tasse, potevano essere indipendenti ed erano donne influenti; la prostituta colta e di alto ceto era definita etera. Il primo bordello fu istituito da Solone ad Atene nel VI secolo a.C.
Il diritto romano regolava con diverse leggi la prostituzione che era praticata nei lupanari, edifici siti fuori dalle città aperti soltanto nelle ore notturne. Le prostitute o meretrici generalmente erano schiave o appartenevano ai ceti più bassi.

Durante il Medioevo la prostituzione era comune, e sovente tollerata nei contesti urbani. Gli Statuti di molte città regolavano questa problematica; ad esempio, era spesso vietata vicino alle mura della città o nelle aree prossime agli edifici di rappresentanza.
Nel 1859, in Italia, un decreto voluto da Camillo Benso conte di Cavour per favorire l'esercito francese che appoggiava i piemontesi contro l'Austria, autorizzava l'apertura di case controllate dallo Stato per l'esercizio della prostituzione in Lombardia. Il 15 febbraio 1860 il decreto fu trasformato in legge con l'emanazione del "Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione". Con questo provvedimento nacquero le cosiddette "case di tolleranza", perché tollerate dallo Stato. La legge fissava le tariffe ed altre norme come la necessità di una licenza per aprire una casa e di pagare le tasse per i tenutari, controlli medici da effettuare sulle prostitute per contenere le malattie veneree.

Il 20 settembre 1958, a seguito di un lungo dibattito nel paese, venne introdotto il reato di sfruttamento della prostituzione e le case di tolleranza vennero chiuse, con la cosiddetta legge Merlin, dal nome della deputata del Partito Socialista Angelina Merlin. La legge puniva lo sfruttamento della prostituzione ed equipara il favoreggiamento allo sfruttamento: infatti punisce "chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui".
Da allora numerosi sono stati i tentativi di modificare la legge, la maggior parte dei quali andava nella direzione di eliminare la prostituzione dalle strade, senza però porsi il problema di disciplinare quella svolta all’interno di edifici privati.

Ad oggi la prostituzione in Italia è legale ma è non regolamentata, mentre le attività organizzate come lo sfruttamento ed il favoreggiamento restano illegali, come in molti altri paesi europei.
Il fatto che non siano presenti regolamenti e leggi decisive, fa si che la prostituzione si situi all’interno di quel mondo sommerso ed oscuro, che da subito ha iniziato a fare gola alla criminalità organizzata; dapprima a quella italiana, la quale successivamente si è spostata su mercati più redditizi come il traffico di droga, lasciando campo alle mafie internazionali, principalmente dell’est europeo, ed africane. Secondo l'ultima indagine specifica operata della commissione Affari sociali della Camera, le prostitute sarebbero in Italia dalle 50000 alle 70000. Di queste almeno 25000 sarebbero immigrate, soprattutto nigeriane, ma anche albanesi, polacche e bielorusse; 2000 minorenni e più di 2000 le donne e le ragazze ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi. a seguito di minacce dirette, anche, a parenti o figli rimasti in patria. La problematica dello sfruttamento coatto e della riduzione in schiavitù basterebbe da sola a far comprendere come il fenomeno della prostituzione esuli dal mero campo etico, allargandosi al rispetto dei diritti umani fondamentali di cui ogni persona dovrebbe godere. A questi dati si aggiungono le decine di prostitute che ogni anno vengono assassinate sulle strade italiane.

Se non bastassero queste dimostrazioni “umanitarie” per dichiarare il fallimento del proibizionismo con il paraocchi che ormai da decenni pervade il nostro paese, forse i dati economici, in un momento di profonda crisi, potrebbero smuovere le coscienze moraliste del “Bel Paese”: il giro di affari della prostituzione in Italia è stimato intorno al miliardo di euro annuo. Se si decidesse di regolamentare la prostituzione sulla falsariga della legge tedesca, dove le operatrici del sesso sono obbligate a dimostrare la propria salute tramite controlli medici periodici e pagano regolarmente le tasse sui propri introiti finanziari, lo Stato beneficerebbe di entrate per più di cento milioni di euro all’anno.

Insomma, se il nostro fosse un paese in cui le decisioni sulla “cosa pubblica” fossero prese analizzando semplicemente i pro e i contro oggettivi, la situazione risulterebbe questa: dalla parte dei pro: grossa riduzione delle entrate per la criminalità organizzata; fine dello sfruttamento e del traffico di esseri umani; drastica diminuzione delle perdite di vite umane e di rischi per la salute, sia per le prostitute che per i clienti; forti introiti per lo Stato sulla base del gettito fiscale versato dalle “lucciole”; riqualificazione di ampie zone delle nostre città invase dalle prostitute e dai loro clienti. E sul piatto dei contro? Lascio a voi l’arduo compito di trovare dei contro alla riapertura delle case chiuse e dalla regolamentazione della prostituzione. Il tutto ovviamente partendo dall’assunto che questo fenomeno non sarà mai, nei secoli dei secoli, estirpabile dagli usi e costumi dell’essere umano. Un dato su tutti per chiudere: nove milioni il numero dei clienti che si rivolgono al sesso a pagamento annualmente. Dove si nascondono i moralisti quando ne cerchi uno?!

venerdì 15 ottobre 2010

La mia tesi


Gli ultimi decenni del secolo scorso sono stati solcati da profonde rivoluzioni in molti ambiti delicati della vita sociale. Tra questi, la politica, forse, è uno di quelli che in Italia ha visto ribaltare maggiormente i propri principi e le proprie regole. La caduta delle grandi ideologie ha fatto si che i partiti che si identificavano e traevano la propria forza proprio da queste grandi narrazioni, perdessero il loro principio fondativo ed unificante. Tutto ad un tratto le contrapposizioni ideologiche che avevano caratterizzato, con scontri non solo figurati, la storia del nostro paese, venirono a cadere. La politica si trovò nel caos, ed a questo si aggiunge la scossa tellurica provata dalle inchieste giudiziarie che presero il nome di “Mani Pulite”. Alcuni dei maggiori partiti vennero letteralmente cancellati dall’atlante politico, e quelli che rimasero in piedi si dovettero sforzare al fine di ristrutturare le proprie organizzazioni, in seguito all’allontanamento dalla politica della base volontaria dei partiti di massa.
Dall’altra parte, la caduta definitiva del monopolio televisivo della concessionaria statale Rai ha portato il suddetto servizio pubblico a confrontarsi con le nascenti emittenti commerciali, che avevano insite nel loro nome il proprio dictat: commerciale. Cioè si identificavano con una logica che non era più quella pedagogica ed istruttiva della RAI anni 60/70, ma bensì seguivano il solo profitto economico. Da questo processo non poteva rimanere esente anche l’informazione politica che veniva veicolata attraverso la televisione ed i programmi divulgativi. Così facendo la stessa politica, che non poteva permettersi di non apparire su questo media oramai divenuto fondamentale per chiunque volesse entrare in contatto diretto con l’intera popolazione, si è dovuta piegare alla “logica mediale”. Anch’essa, come una qualsiasi altro argomento trattato doveva venire presentata sotto una veste accattivante e che fosse in grado di attrarre il maggior numero possibile di telespettatori,
Su queste basi sono nati programmi ibridi di informazione politica, che vengono chiamati infotainment e del politainment, modalità di diffusione di informazioni in cui si vuole non solamente informare lo spettatore, ma anche intrattenere. Le soft news hanno preso il sopravvento sulle notizie più di difficile comprensione da parte del pubblico; le notizie ora vengono divulgate con accenti sensazionalistici, incentrate sempre di più su persone concrete e fatti facilmente riconoscibili e di facile comprensione.
Questo ha fatto si che gli attori che prendono parte al processo della comunicazione, cioè cittadini, media e partiti, subissero delle profonde metamorfosi, e che i modelli che erano state in precedenza teorizzati finissero per non dimostrarsi più attendibili.
Le notizie sempre più incentrare su personaggi politici concreti e la crisi in atto dei partiti ha fatto si che anche in Italia, repubblica parlamentare, iniziasse a prendere sempre più piede l’utilizzo di tecniche di marketing per la promozione dei candidati politici, non solamente a livello locale, dove l’elezione dei rappresentanti è diretta, ma anche a livello nazionale. Infatti la bussola politica da anni si sta spostando verso una radicale personalizzazione; non si può ancora parlare di vera e propria presidenzializzazione, visto che non sono state approvate delle riforme costituzionali, ma la corsa alla presidenza del consiglio è ogni elezione sempre più impostata verso la concezione che il voto dei cittadini si identifichi con una investitura diretta del vincitore.
Oramai le campagne elettorali sono studiate nei minimi particolari, dal più impercettibile, come l’abbigliamento del candidato, al più vistoso, come i palchi dei comizi elettorali. Nulla più è lasciato al caso, tutto è pianificato e predefinito in anticipo. Questo fa somigliare il politico sempre più ad un prodotto commerciale: indagini di mercato per selezionare il target di riferimento; studio dell’immagine equiparabile a quella fatta per il packaging di un qualsiasi prodotto; studio dello slogan giusto; la ricerca spasmodica della visibilità sui media. Ormai le barriere sono cadute anche in Italia, che si è messa sullo stesso piano delle altre democrazie occidentali con qualche decennio di ritardo
Questo ha fatto si che ci fosse un proliferare di professionisti della politica, da non identifarsi solamente con i politici di professione, ma bensì con tutte quelle figure professionali che lavorano dietro al politico al fine di curare la sua immagine.
Avendo a televisione soppiantato quasi totalmente gli altri mass media come divulgatore di informazione, ed essendo essa un media che si basa prettamente sulla forza e l’impatto visuale, più che su altri fattori come la parola, si capisce perché l’immagine abbia acquisito un’importanza centrale all’interno della sfida politica. Non la si deve identificare solamente con la immagine estetica esteriore, anche se è oramai divenuta un elemento fondamentale e non più trascurabile da un eventuale candidato. Ma bensì come l’insieme di tutte quelle caratteristiche personali che fanno si che il politico si renda facilmente riconoscibile dai cittadini ed che riesca ad incarnare quei valori che si identificano con le proprie idee politiche ed il proprio programma.
Tutte queste considerazioni e queste tesi sembrano essere state studiate a memoria dal caso preso in esame in questo elaborato: il parlamentare europeo Tiziano Motti. Il suddetto personaggio politico è comparso come una meteora all’interno della campagna elettorale per le elezioni del parlamento europeo svoltesi nel 2009. Utilizzando le più disparate tecniche di marketing politico e di promozione della propria immagine personale, è riuscito a farsi eleggere nonostante fosse un totale outsider e non avesse utilizzato la macchina organizzativa del partito su cui si appoggiava per essere eletto.
Motti è l’emblema della nuova “politica pop”, in cui viene data un’importanza focale alle tecniche di marketing politico e alla promozione della propria immagine personale, quasi lasciando in secondo piano il programma politico ed il partito di appartenenza. La sua elezione basata su fondamenti quasi del tutto sconosciuti alla politica nostrana è divenuta un termine di paragone ed un esempio per chiunque volesse ispirarsi a questo tipologia di campagna elettorale.

lunedì 4 ottobre 2010

Eutanasia contro la tortura di Stato


Viviamo in un paese che va al contrario.
Quasi l’intera spesa per la sanità pubblica è usata per tenere in vita o cercare di salvare persone che comunque non sopravvivranno ai prossimi sei mesi. Invece di stanziare fondi per la ricerca con il fine ultimo di salvare la vita a persone cui questa può ancora significare qualcosa, ci si ostina ad impiantare pace-maker a pluri ottantenni con l’unico risultato di protrarre i loro dolori e le loro sofferenze.
So che è un discorso difficile da comprendere, al limite dell’eutanasia di stato nazista, ma la nostra è una società sempre più vecchia, destinata, prima o poi, al collasso. Tutto il sistema imploderò su se stesso: presto non ci saranno più soldi ne per pensioni e ne per la sanità.
Se ci si riflette su, tutto questo non è del tutto privo di ragione, anzi; la sua pecca forse è proprio quella di traboccare di ragione. Non tiene conto degli affetti, delle relazioni che intercorrono tra noi e i malati. Ma sfido anche il più accanito e ipocrita benpensante a non darmi anche solo un briciolo di ragione quando si troverà a dover assistere per lunghi anni un familiare che riamane aggrappato alla vita, non per volere della natura o di un dio, qualunque esso sia, ma solo grazie a progressi scientifici. Forse si ricrederanno anche loro quando arriveranno ad odiare quelle persone che tanto hanno amato prima. Quando stenteranno a riconoscere l’immagine rassicurante di un proprio caro, in quella persona che gli si presenta davanti.
Non si tratta di egoismo: pensate che costringere a vivere una persona contro la propria volontà, contro ogni speranza di guarigione, sia un gesto generoso? Io penso proprio di no.
Penso che imporre inutili sofferenze con la sola motivazione di dover seguire i dettami di una dottrina religiosa, sia al limite del reato. Io non la definisco accanimento terapeutico, ma di vera e propria tortura di Stato. Il mio discorso è volutamente provocatorio, ne sono conscio. Ma ho paura del futuro che ci aspetta. Siamo spaventati in maniera inverosimile dalla morte e da tutto ciò che la riguarda e tentiamo di allontanarla il più possibil dai nostri occhi, come se così facendo fossimo in grado di farla scomparire.
Siamo una società al limite dello sfacelo: la cosa che temiamo di più in assoluto è l’invecchiamento; cioè l’unica cosa che per certo non riusciremo a fermare ed evitare mai, nei secoli dei secoli! Tutto questo è paradossale. Invece di essere spaventati dal morire giovani o pensare a goderci la vita quando questa ancora ci offre qualcosa di significativo, cerchiamo di ammazzarci con tutto quello che ci capita a portata di mano (dalle auto sempre più veloci, alle droghe pesanti sempre più presenti e reperibili ovunque; dall’alcool, al fumo…).
L’unico chiodo fisso che abbiamo nella nostra esistenza è ammassare più soldi possibili, per poi goderceli chissà quando. Per goderceli forse quando la natura giustamente verrà a chiedere il conto? Mi sembra veramente tutto troppo stupido.
E’ un’idiozia semantica sacrificare la nostra breve permanenza su questa Terra alla spasmodica conquista del potere e conseguentemente del denaro, al mito della bellezza eterna a tutti i costi, alla ricerca dell’elisir di lunga vita. Fondare la propria esistenza e, purtroppo, un’intera società, su questi ideali è quanto di più immorale possiamo immaginare. E’ questo che una religione seria dovrebbe combattere: non il mio diritto ad amare come, quando e chi mi piace; non il mio diritto ad andarmene da questo mondo nella maniera che più mi aggrada. Ecco di cosa si dovrebbe occupare una Chiesa coerente con i precetti su cui veniva fondata più di duemila anni fa.
La mia denuncia vuole essere un grido che scuota le coscienze assopite ed oramai abituate a seguire le linee guida prefissate da chi ci comanda. In quanto urlo non può contenere la ragionevolezza di un discorso o di un pensiero, ma ha insiti l’urgenza e la violenza propri dei momenti bui.
Sono conscio di tutto questo; ma lo sono anche del fatto che alcuni tabù devono necessariamente scomparire se la nostra società vuole progredire nella direzione giusta: non più immobile e fissa solo ed esclusivamente sul presente, ma sbilanciata e protesa verso un futuro, mai come ora, prossimo.